Pubblicato il Aprile 12, 2024

Una rissa o una serie di sconfitte non sono il problema, ma il sintomo. La vera sfida non è calmare le acque, ma diagnosticare la frattura per ricostruire.

  • Distinguere tra frustrazione tattica e problemi societari (stipendi, voci).
  • Abbandonare la caccia al capro espiatorio per promuovere la responsabilità collettiva.

Raccomandazione: Spostare il focus da obiettivi irraggiungibili (vincere subito) a micro-obiettivi concreti (non subire gol nel primo tempo) per ricostruire la fiducia.

La porta dello spogliatoio si chiude e il silenzio è più assordante delle urla di poco prima. L’odore è quello di sempre, sudore e olio canforato, ma l’aria è pesante, elettrica. Una rissa in allenamento, l’ennesima sconfitta, sguardi bassi che evitano i tuoi. Da allenatore, in queste piazze calde, il primo istinto è quello di sbattere i pugni, cercare un colpevole, imporre la disciplina. Si parla di “lavare i panni sporchi”, di “fare una bella ramanzina”. Sono le soluzioni di sempre, le platitudini che servono solo a rimandare l’inevitabile implosione.

Ma se la vera crepa non fosse tra i giocatori, ma sotto i loro piedi? Se il problema non fosse la mancanza di impegno, ma l’assenza di speranza? In qualità di crisis manager abituato a gestire le dinamiche più esplosive del calcio italiano, ho imparato una lezione fondamentale: la crisi non è un problema da risolvere, ma un sintomo da decodificare. Il tuo ruolo non è quello del giudice, ma del diagnosta. Devi capire se la frattura è emotiva, tattica o, come spesso accade, societaria. Solo dopo aver isolato la vera causa della frustrazione si può iniziare a ricostruire, non ricucendo uno strappo, ma rifondando da zero il patto di spogliatoio.

Questo non è un manuale di psicologia spicciola, ma una guida strategica per navigare la tempesta. Analizzeremo come gestire un confronto senza lasciare cicatrici, come proteggere il gruppo dalle tossine esterne e come trasformare la paura di perdere nella fame di raggiungere un piccolo, ma fondamentale, obiettivo. È il momento di smettere di gestire l’emergenza e iniziare a costruire la ripartenza.

In questo articolo, affronteremo passo dopo passo le strategie operative per trasformare una crisi profonda in un’opportunità di consolidamento. Dalla diagnosi delle cause alla gestione pratica dei conflitti, ecco il percorso che seguiremo.

Lavare i panni sporchi in famiglia: come gestire il confronto duro senza strascichi?

Il confronto a caldo è una trappola. La rabbia cerca un colpevole, non una soluzione. Il primo passo da crisis manager è disinnescare la bomba: separare, far sbollire, e solo dopo convocare. Ma non per un processo sommario. L’obiettivo non è trovare chi ha torto, ma ristabilire un modello mentale condiviso. Si tratta di un concetto esplorato in studi come quello sul Football Femminile Lugano 1976, dove la performance è legata alla capacità del gruppo di condividere una visione tattica e comportamentale comune. La rissa non è che la rottura di questo allineamento.

Il tuo ruolo è quello del mediatore, non del giudice. Il confronto deve essere strutturato e avere regole chiare: si parla uno alla volta, non si interrompe, si attacca il problema e non la persona. Il focus deve passare dal “chi ha sbagliato?” al “cosa ci ha portato a questo punto e come evitiamo che accada di nuovo?”. È un esercizio di intelligenza interpersonale, la capacità di negoziare soluzioni e ristabilire legami attraverso l’empatia.

Mediatore interno facilita dialogo tra giocatori in tensione

Come mostra l’immagine, la figura centrale non impone, ma facilita. L’obiettivo è trasformare due individui in conflitto in un’entità unica che affronta un problema comune. È fondamentale affrontare anche i micro-conflitti, quelle tensioni silenti che, se ignorate, marciscono fino a esplodere. Un feedback negativo va dato in privato, quello positivo va condiviso davanti a tutti. Questo non è buonismo, è strategia: si demolisce in privato, si costruisce in pubblico. È così che si rifonda un patto di spogliatoio su basi di rispetto professionale, anche quando l’amicizia è venuta meno.

È colpa dell’allenatore o della società? Capire da dove nasce la frustrazione

La frustrazione che esplode in campo è quasi sempre un sintomo di un malessere più profondo. Un allenatore deve avere l’onestà intellettuale di chiedersi: la squadra non mi segue tatticamente o sta reagendo a un’instabilità che non controllo? Questa è la diagnosi della frattura, il passaggio più critico. La frustrazione può nascere da un’idea di gioco non compresa o non adatta, e qui la responsabilità è tua. Devi essere in grado, come diceva un maestro come Julio Velasco, di “costruire un gioco in collaborazione con i giocatori”, non di imporlo dogmaticamente.

Tuttavia, specialmente nelle categorie inferiori come la Serie C italiana, il marcio spesso viene dall’alto. L’incertezza societaria, gli stipendi che tardano, le voci di fallimento sono un veleno che paralizza le gambe e la mente. Non è un’ipotesi remota: i dati parlano chiaro, mostrando che dal 2000 al 2024, ben 148 delle 185 società fallite nel calcio italiano erano in Serie C. Un giocatore che non sa se a fine mese potrà pagare l’affitto non può avere la serenità per tentare un dribbling rischioso al 90′.

La tua diagnosi deve essere spietata e lucida. Organizza colloqui individuali e ascolta. Cerca i pattern: la frustrazione è legata a situazioni di gioco specifiche (es. “subiamo sempre gol allo stesso modo”) o a frasi che denotano ansia per il futuro (“chissà se ci pagano”)? Nel primo caso, il lavoro da fare è sul campo, semplificando i concetti tattici. Nel secondo, il tuo ruolo cambia: diventi uno scudo protettivo, un filtro tra le incertezze esterne e la sacralità dello spogliatoio.

Come proteggere il gruppo dalle voci di cessione societaria o stipendi non pagati?

Una volta diagnosticato che il problema è societario, il tuo compito diventa quello di costruire un bunker. Lo spogliatoio deve trasformarsi in un’isola di professionalità in un mare di incertezza. Fingere che vada tutto bene è inutile e dannoso; i giocatori non sono stupidi, leggono i giornali e si parlano. La chiave è la trasparenza controllata. Affronta l’argomento una volta, in modo diretto e onesto, e poi chiudilo. “Sì, la situazione è difficile. La società ci ha dato queste garanzie. Da questo momento, il nostro unico focus è il campo. Chiunque parli di nuovo di soldi o voci verrà multato”.

Questa non è censura, è la creazione di un perimetro di lavoro. La difficoltà economica è una realtà strutturale in certe categorie; le stime indicano perdite aggregate per circa 140 milioni di euro nell’ultimo esercizio della Serie C. Non puoi risolverla tu, ma puoi controllare la reazione del tuo gruppo. Diventa tu stesso la garanzia per i giocatori. La tua parola, la tua presenza, la tua dedizione devono essere l’unico punto fermo a cui possono aggrapparsi. Dimostra con i fatti che, nonostante tutto, tu sei lì per loro, per lavorare e per lottare.

In queste situazioni, la comunicazione non verbale è tutto. Il modo in cui entri in campo, l’intensità che metti in ogni esercitazione, la cura dei dettagli: tutto questo comunica più di mille discorsi. Stai dicendo loro: “Il mondo fuori può crollare, ma qui dentro, in questi 90 minuti di allenamento, esistono solo le nostre regole, il nostro lavoro, il nostro sudore”. Questo scudo non li proteggerà dai problemi reali, ma può dare loro la forza mentale per isolarli per due ore al giorno e fare l’unica cosa che può, forse, salvarli: ottenere risultati in campo.

L’errore di scaricare la colpa sul singolo portiere o difensore distruggendo la fiducia

Nei momenti di crisi, la tentazione più forte è quella di trovare un capro espiatorio. È un meccanismo psicologico primitivo: dare un volto al fallimento ci dà l’illusione di poterlo controllare e rimuovere. Ma è l’errore più distruttivo che un allenatore possa commettere. Puntare il dito contro un portiere per un’uscita a vuoto o un difensore per un rigore causato significa frantumare la fiducia di un singolo e, di conseguenza, minare quella dell’intero collettivo. Ogni giocatore penserà: “Oggi a lui, domani a me”. Il risultato? Gioco timoroso, passaggi semplici, nessuna assunzione di rischio. La morte del calcio.

Julio Velasco, un maestro nella gestione dei gruppi, è stato categorico su questo punto. Un buon leader non cerca il colpevole; cerca la soluzione. In una sua celebre massima, afferma:

Un buon leader è cercare di risolverlo. Non ha alcun senso cercare un “capro espiatorio” o comunque colui che ha commesso l’errore; una volta commesso, va discusso e risolto.

– Julio Velasco, Decalogo del Leader

L’errore individuale è quasi sempre la conseguenza di un malfunzionamento collettivo. Un difensore è saltato di testa? Forse la mezzala non ha fatto il giusto lavoro di copertura. Il portiere ha sbagliato l’uscita? Forse la linea difensiva era troppo bassa. L’analisi deve essere tattica, non personale. In riunione video, mostra l’errore e chiedi al gruppo: “Cosa avremmo potuto fare, tutti insieme, per evitare questa situazione?”. Questo sposta il focus dalla colpa individuale alla responsabilità condivisa. Il messaggio è chiaro: si vince insieme, si perde insieme, si sbaglia insieme.

Compagni di squadra sostengono portiere dopo errore

L’immagine di un portiere consolato dai compagni dopo un errore è l’antidoto visivo alla cultura del capro espiatorio. È compito dell’allenatore promuovere attivamente questo atteggiamento. Premia pubblicamente chi aiuta un compagno in difficoltà, implementa strategie di self-talk positivo dopo un errore e facilita una comunicazione che sia di supporto, non di accusa. La fiducia è la valuta più preziosa di uno spogliatoio; una volta persa, è quasi impossibile da recuperare.

Quando puntare al “primo tempo senza subire gol” è meglio che puntare alla vittoria finale

Una squadra in crisi di risultati è come un pugile suonato. Chiedergli di vincere il match è irrealistico e controproducente. La fiducia è a zero, la paura di sbagliare è massima. In questi contesti, l’ossessione per la vittoria finale è un veleno. Il vero lavoro del crisis manager è ridefinire il concetto stesso di successo, frantumando l’obiettivo finale in una serie di micro-obiettivi raggiungibili e misurabili. L’obiettivo della settimana non è più “vincere domenica”, ma “finire il primo tempo con la porta inviolata”.

Questo cambio di prospettiva ha un potere psicologico enorme. Sposta l’attenzione da un risultato incerto (la vittoria, che dipende anche dagli avversari) a una prestazione controllabile (la solidità difensiva). Raggiungere questo piccolo traguardo – un primo tempo senza gol subiti – è una piccola iniezione di fiducia. Crea un precedente positivo. Dimostra alla squadra che è ancora in grado di controllare una parte del proprio destino. Da lì, si può costruire il passo successivo: “Ok, ora proviamo a fare un tiro in porta nei primi 15 minuti del secondo tempo”.

Questa strategia è particolarmente vitale in contesti di sopravvivenza, come la Serie C, dove spesso l’obiettivo non è la promozione, ma evitare il fallimento. In un campionato dove si stima che almeno 6-8 squadre potrebbero non iscriversi alla stagione successiva, la stabilità è una vittoria. In questo senso, anche puntare sulla valorizzazione dei giovani del vivaio, come dimostrano i modelli sostenibili dove oltre il 70% delle squadre impiega giovani, diventa un obiettivo strategico: si costruisce il futuro invece di disperarsi per un presente difficile. Si passa da una logica di risultato a una di processo. La vittoria tornerà ad essere un obiettivo quando la squadra avrà smesso di avere paura di perdere.

Come strutturare una dirigenza vincente in Serie C per puntare alla promozione in 3 anni?

Uno spogliatoio sano è lo specchio di una società sana. Un allenatore può essere il miglior gestore di crisi del mondo, ma se la struttura dirigenziale è debole, improvvisata e finanziariamente instabile, sta solo svuotando il mare con un secchiello. Per puntare a una promozione in un arco di tre anni, specialmente in una giungla come la Serie C, è necessario un cambio di paradigma dal modello tradizionale, basato su spese folli e scommesse a breve termine, a un modello sostenibile e programmato.

La differenza tra i due approcci è netta e determina la sopravvivenza stessa del club. Il modello tradizionale, che ha portato a un numero enorme di fallimenti, si basa su monte ingaggi fuori controllo e una scarsa attenzione al settore giovanile. Il modello sostenibile, invece, si fonda su budget realistici, incentivi legati ai risultati e un investimento massiccio sui giovani del proprio vivaio, visti non come un obbligo di regolamento ma come un asset strategico. L’introduzione di meccanismi come il credito d’imposta per l’impiego di giovani calciatori italiani spinge proprio in questa direzione.

Un’analisi comparativa dei due modelli chiarisce le differenze strutturali che un allenatore dovrebbe pretendere dalla propria società.

Confronto modelli di gestione Serie C: tradizionale vs sostenibile
Aspetto Modello Tradizionale Modello Sostenibile
Squadre totali 60 squadre in 3 gironi 40 squadre proposte
Monte ingaggi €20 milioni (casi estremi) Base fissa bassa + bonus obiettivi
Focus giovani 4 giocatori vivaio obbligatori 6 giocatori vivaio proposti
Sostenibilità 185 fallimenti dal 2000 Credito fiscale per giovani italiani

Come emerge da una recente analisi sulle riforme proposte dalla FIGC, la sostenibilità è l’unica via per la sopravvivenza. Una dirigenza vincente è quella che presenta un piano industriale triennale, con budget chiari, un direttore sportivo competente focalizzato sullo scouting di giovani talenti e un settore giovanile che non sia un centro di costo, ma il cuore pulsante del club. Solo con queste fondamenta un allenatore può lavorare serenamente per costruire un progetto tecnico vincente.

La solidità societaria è il prerequisito di ogni successo sportivo. Comprendere come strutturare una dirigenza proiettata al futuro è un dovere per ogni allenatore ambizioso.

Come mantenere unito lo spogliatoio quando i risultati non arrivano per 5 gare di fila?

Cinque partite senza vittorie. La classifica si fa pesante, i tifosi mormorano, i giornalisti affilano le penne. È questo il momento in cui i gruppi si sfaldano. Le colpe silenziose, le fazioni, la fiducia che evapora. In questa fase, il tuo compito non è fare l’amico dei giocatori, ma il garante del rispetto professionale. Come ha sottolineato Fontana, storico portiere del Chievo dei miracoli, non è necessario essere amici per vincere, ma è indispensabile il reciproco rispetto e la condivisione dell’obiettivo.

Credo che nel calcio non si debba per forza di cose essere amici per ottenere, di fatto, dei risultati, quanto piuttosto sia necessario fra tutti il reciproco rispetto e la stessa unità d’intenti nel voler raggiungere l’obiettivo comune prefissato.

– Fontana, Portiere del Chievo Calcio

Questo rispetto non si predica, si costruisce con azioni concrete. È il momento di alzare il livello di trasparenza nella comunicazione: gli obiettivi devono essere chiari e condivisi, e il ruolo di ogni singolo giocatore, anche di chi va in tribuna, deve essere spiegato e valorizzato. Promuovere una cultura del rispetto significa anche evitare favoritismi, trattare tutti con gli stessi metri di giudizio e dare a ognuno l’opportunità di contribuire. La coesione si nutre di piccole cose: una cena di squadra (pagata dalla società o da una cassa comune, mai dall’allenatore), l’analisi video focalizzata sui successi e non solo sugli errori, la difesa pubblica e incondizionata del gruppo.

Per trasformare questi principi in azioni, è utile avere una guida pratica da seguire per rinsaldare il gruppo nei momenti di massima pressione.

Piano d’azione: 5 passi per ricostruire la coesione

  1. Obiettivi Ricalibrati: Abbandonare l’obiettivo stagionale e definire un obiettivo settimanale chiaro e condiviso (es. “subire meno di 3 tiri in porta”).
  2. Comunicazione Trasparente: Organizzare brevi riunioni quotidiane per condividere il piano di lavoro e assicurarsi che tutti conoscano il proprio ruolo, anche i non titolari.
  3. Cultura del Rispetto: Instaurare una “multa” simbolica per chi critica un compagno in campo o in allenamento, con il ricavato destinato a una cena di squadra.
  4. Coinvolgimento Totale: Dare a ogni giocatore, inclusi gli infortunati e chi gioca meno, un compito specifico durante la settimana (es. analizzare i calci piazzati avversari).
  5. Team Building Mirato: Organizzare un’attività extra-campo che non sia una semplice “uscita”, ma un’esperienza che rafforzi la collaborazione e la conoscenza reciproca (vedi sezione successiva).

La coesione non è un sentimento spontaneo, ma il risultato di un lavoro metodico. Per non perdere la rotta, è bene tenere a mente le azioni chiave per mantenere unito il gruppo.

Da ricordare

  • La crisi è un sintomo, non la malattia: la prima mossa è la diagnosi, non la cura.
  • Abbandonare la caccia al colpevole. La responsabilità è sempre collettiva, la soluzione anche.
  • Invece di puntare alla vittoria, fissare micro-obiettivi raggiungibili (es. porta inviolata per 45 minuti) per ricostruire la fiducia.

Come cementare il gruppo squadra attraverso attività di team building non convenzionali?

Quando si parla di team building, la mente corre subito alla grigliata o alla partita di paintball. Attività che possono allentare la tensione, ma che raramente risolvono i problemi di fondo di uno spogliatoio. Un team building efficace, in un contesto di crisi, non deve essere una fuga dalla realtà, ma un modo diverso di affrontarla. L’obiettivo è portare le dinamiche del campo in un contesto nuovo, dove le gerarchie si azzerano e la collaborazione diventa l’unica via per il successo.

Dimentica le attività generiche. Pensa a qualcosa di specifico per il tuo gruppo. Una escape room a tema tattico, dove la squadra deve risolvere enigmi basati su schemi di gioco per “uscire” dalla stanza, può rafforzare la comunicazione e il problem-solving collettivo in modo ludico. Oppure, una giornata di volontariato presso un’associazione locale, per rimettere in prospettiva i propri “problemi” e lavorare insieme per uno scopo più grande. Anche l’integrazione strutturata dei giovani è una forma di team building: i dati dimostrano che oltre il 70% delle squadre di Serie C impiega giovani dal proprio vivaio, e questo non solo migliora il gioco ma costringe i “senatori” a un ruolo di mentore, creando nuovi legami.

Squadra risolve enigmi tattici in escape room personalizzata

Qualunque sia l’attività scelta, due elementi sono cruciali. Primo, come suggeriscono gli esperti di team building calcistico, bisogna preparare il gruppo spiegando il perché di quell’attività: “Non siamo qui per giocare, siamo qui per imparare a comunicare meglio sotto pressione”. Secondo, l’attività deve avere un debriefing. Una volta terminata, raduna la squadra e poni domande mirate: “Chi ha preso la leadership? Come abbiamo superato il momento di difficoltà? Cosa abbiamo imparato oggi che possiamo portare in campo domenica?”. Senza questa fase di analisi, il team building rimane solo un passatempo. Con essa, diventa un allenamento per l’anima del gruppo.

Per andare oltre le soluzioni banali, è utile riflettere su come cementare il gruppo con metodi non convenzionali.

Ora hai gli strumenti. Hai il metodo per diagnosticare, la strategia per proteggere e le tattiche per ricostruire. La tempesta non è finita, ma hai tracciato la rotta. Ora tocca a te prendere il timone, applicare questi principi con lucidità e guidare i tuoi uomini fuori dal buio, un micro-obiettivo alla volta.

Scritto da Elena Ferrari, Psicologa dello Sport e Mental Coach certificata, collaboratrice di federazioni e club professionistici. Esperta in dinamiche di gruppo, gestione dello stress e leadership nello spogliatoio.