
In sintesi:
- Adottare un sistema di monitoraggio “a semaforo” per valutare quotidianamente il benessere dei giocatori (sonno, stress, affaticamento).
- Gestire il rientro degli infortunati con un protocollo a fasi, verificando l’assenza di dolore e paura del movimento (kinesiofobia).
- Implementare il riscaldamento FIFA 11+ prima di ogni sessione, con un’attivazione specifica per chi entra dalla panchina.
- Monitorare il carico totale (visibile e “invisibile”) per prevenire il sovrallenamento, specialmente nei periodi critici della stagione.
Da medico sportivo, conosco bene la frustrazione di un allenatore che guarda la sua infermeria riempirsi settimana dopo settimana. Ogni domenica, la stessa domanda: “Chi sarà il prossimo?”. Si parla spesso di sfortuna, di calendari fitti, di preparazione atletica da rivedere. Si applicano i soliti consigli: fare un buon riscaldamento, curare l’alimentazione, fare stretching. Ma queste sono solo tessere sparse di un mosaico molto più complesso.
La realtà, che i dati confermano, è che la maggior parte degli stop muscolari non è un evento casuale, ma il punto finale di una catena di piccoli segnali ignorati. Secondo il più recente report sugli infortuni nel calcio europeo, nella sola Serie A si sono registrati 858 infortuni totali, di cui 318 di natura muscolare, con un aumento del 24% rispetto alla stagione precedente. Il problema non è la singola pratica, ma l’assenza di un sistema integrato di monitoraggio.
E se la vera chiave non fosse aggiungere più esercizi, ma costruire un protocollo di ascolto e decisione scientifico? Se invece di subire gli infortuni, potessimo prevederli e neutralizzarli prima che accadano? Questo non è un sogno, ma l’obiettivo del protocollo di prevenzione FIFA 11+ e delle strategie ad esso collegate. Non si tratta di una formula magica, ma di un cambio di paradigma: passare da una gestione reattiva a una gestione sistemica del rischio, dove l’allenatore, armato dei dati giusti, diventa il primo baluardo della salute della sua squadra.
In questa guida, analizzeremo passo dopo passo come implementare questo sistema. Esploreremo i segnali premonitori, le strategie per evitare le ricadute, l’impatto di fattori spesso trascurati come il sonno e le condizioni del campo, e come gestire il carico di lavoro per arrivare al culmine della stagione con una squadra sana e performante.
Per navigare al meglio tra i concetti chiave di questa strategia di prevenzione, ecco la struttura che seguiremo. Ogni sezione affronterà una domanda cruciale che ogni allenatore si pone durante la stagione.
Sommario: La strategia completa per azzerare l’infermeria
- Quando fermarsi un giorno prima evita di stare fermi un mese per strappo?
- Rientro graduale o subito in partita: come evitare le ricadute fatali?
- Perché dormire meno di 7 ore aumenta esponenzialmente il rischio di lesioni?
- L’errore di entrare in campo dalla panchina senza aver attivato i flessori
- Erba alta o campo pesante: come il giardiniere influenza la salute dei legamenti
- Come gestire il minutaggio graduale di un giocatore chiave al rientro da un crociato?
- Come accelerare il recupero muscolare dopo una prestazione intensa per allenarsi prima?
- Come monitorare la condizione atletica per evitare il sovrallenamento a marzo?
Quando fermarsi un giorno prima evita di stare fermi un mese per strappo?
Il dilemma più grande per un allenatore è decidere se quel leggero affaticamento lamentato dal giocatore è un semplice fastidio o il preludio di una lesione seria. La tendenza è spesso quella di stringere i denti, soprattutto in vista di una partita importante. Questo è l’errore più costoso. Un muscolo affaticato non è solo meno performante, ma è anche meno capace di assorbire gli impatti e le tensioni, diventando un bersaglio perfetto per stiramenti e strappi. La vera prevenzione non è “sentire il dolore e fermarsi”, ma identificare i fattori di rischio prima che il dolore diventi un sintomo.
Per fare questo, è necessario superare la semplice percezione e adottare un sistema di monitoraggio oggettivo. Il “Sistema Semaforo del Benessere” è un metodo semplice ma potentissimo che ogni staff può implementare. Si basa sulla raccolta quotidiana di dati soggettivi del giocatore, che permettono di avere un quadro chiaro del suo stato di recupero e del suo “carico invisibile”, ovvero lo stress accumulato al di fuori del campo (studio, lavoro, vita privata) che impatta direttamente sulla sua fisiologia.

Come mostra questa visualizzazione, il sistema assegna un colore (verde, giallo, rosso) allo stato di forma dell’atleta basandosi su risposte a domande mirate. Un giocatore che finisce in “zona gialla” o “rossa” non viene messo fuori rosa, ma diventa oggetto di attenzione: il suo carico di allenamento viene modulato, si interviene con strategie di recupero mirate o, nei casi più evidenti, gli si concede quel giorno di riposo che può fare la differenza tra un semplice affaticamento e uno stop di 4-6 settimane. Questo approccio trasforma la prevenzione da un’arte a una scienza decisionale basata sui dati.
Il vostro piano d’azione: implementare il Sistema Semaforo
- Questionario giornaliero: Prima di ogni allenamento, somministrate un questionario di 5 domande rapide: qualità del sonno (voto 1-5), livello di affaticamento percepito, livello di stress extra-campo, presenza di indolenzimento muscolare (DOMS), umore generale.
- Valutazione del carico invisibile: Tenete traccia di fattori come lunghi viaggi in trasferta, partite infrasettimanali o periodi di esami per gli studenti. Questi elementi aumentano il carico totale.
- Creazione di una cartella individuale: Registrate i dati di ogni giocatore per identificare trend e anomalie. Un calo costante nei punteggi è un campanello d’allarme.
- Identificazione dei profili a rischio: I giocatori con una storia di infortuni pregressi sono statisticamente più a rischio. Monitorateli con maggiore attenzione.
- Decisione sul carico differenziato: In base ai risultati (semaforo giallo/rosso), decidete se ridurre il volume dell’allenamento, sostituire una parte della seduta con lavoro di recupero o concedere un riposo completo.
Rientro graduale o subito in partita: come evitare le ricadute fatali?
Il rientro di un giocatore chiave dopo un infortunio è un momento delicato, carico di aspettative e pressione. La tentazione di schierarlo subito, magari per uno spezzone di partita, è forte. Tuttavia, la fretta è il peggior nemico. I dati parlano chiaro: una gestione approssimativa del rientro è una delle cause principali di ricaduta. Un’analisi sulla Serie A ha rivelato che le ricadute, che rappresentano circa il 16% di tutti gli infortuni muscolari, comportano periodi di assenza mediamente superiori del 30% rispetto all’infortunio originale. In pratica, per guadagnare una settimana, si rischia di perdere un altro mese.
Il problema non è solo la guarigione del tessuto muscolare o legamentoso. Spesso, il fattore più trascurato è quello psicologico: la kinesiofobia, ovvero la paura del giocatore di compiere nuovamente il movimento che ha causato l’infortunio. Questa paura porta a compensazioni inconsce, a movimenti meno fluidi e a un’attivazione muscolare anomala, che sposta il carico su altre strutture, aumentando esponenzialmente il rischio di un nuovo infortunio, spesso in una zona diversa. Un giocatore è veramente “guarito” solo quando il suo corpo e la sua mente sono entrambi pronti a sostenere l’intensità della partita.
L’idoneità al rientro non può essere decisa solo dal calendario o dal referto medico. Deve essere il risultato di un processo di valutazione multidisciplinare che coinvolge medico, fisioterapista, preparatore atletico e allenatore. Il giocatore deve superare test funzionali specifici che replicano le condizioni di gioco, dimostrando di non avere né dolore fisico né blocchi mentali. Solo allora il semaforo può tornare verde.
Checklist di idoneità al rientro in partita: i 5 punti da verificare
- Assenza totale di dolore: Verificare che il giocatore non avverta alcun dolore durante l’esecuzione di tutti i movimenti sport-specifici a intensità crescente, inclusi scatti, calci e contrasti.
- Superamento dei test funzionali: L’atleta deve superare una batteria di test come salti monopodalici, cambi di direzione a massima velocità e test di forza comparativi, senza mostrare deficit rispetto all’arto sano.
- Allenamenti completi con la squadra: Deve aver completato un minimo di 2-3 sessioni di allenamento complete con il resto del gruppo, senza limitazioni e senza reazioni negative (dolore, gonfiore) il giorno successivo.
- Valutazione della kinesiofobia: Attraverso un colloquio diretto, valutare la fiducia del giocatore nel proprio corpo. Domande come “Ti senti libero di muoverti?” o “Hai paura di farti male di nuovo?” sono cruciali.
- Consenso del team multidisciplinare: La decisione finale deve essere unanime. Il medico sociale dà l’ok clinico, il preparatore quello atletico e l’allenatore valuta l’aspetto tattico e psicologico.
Perché dormire meno di 7 ore aumenta esponenzialmente il rischio di lesioni?
Nel calcio moderno, si investono milioni in tecnologia, preparazione atletica e nutrizione, ma spesso si trascura il più potente e gratuito strumento di recupero a nostra disposizione: il sonno. Considerare il sonno come un semplice “periodo di riposo” è un errore madornale. È, in realtà, una fase anabolica attiva, durante la quale il corpo lavora intensamente per riparare i tessuti danneggiati, consolidare le memorie motorie e riequilibrare il sistema ormonale. Un atleta che dorme meno di 7 ore a notte non sta solo accumulando stanchezza, sta attivamente sabotando il proprio recupero.
La privazione di sonno, anche parziale, innesca una cascata di effetti negativi. Aumenta i livelli di cortisolo (l’ormone dello stress), che ha un effetto catabolico sui muscoli, e riduce la produzione di ormone della crescita (GH), fondamentale per la riparazione tissutale. Inoltre, altera la percezione dello sforzo: un allenamento percepito come “leggero” da un atleta riposato può sembrare “massacrante” per chi ha dormito poco, portandolo a lavorare oltre le sue reali capacità di recupero. Infine, un cervello stanco ha tempi di reazione più lenti e una minore coordinazione motoria, il che si traduce in un aumentato rischio di infortuni da trauma o da cattiva esecuzione del gesto tecnico.
Come sottolineato da esperti medici che hanno analizzato l’impatto delle partite in notturna sui calciatori, il sonno è un fattore critico. In uno studio apparso su Cronache di Spogliatoio, viene evidenziato un concetto chiave:
Il sonno è un momento fondamentale per il recupero fisico ma anche quello psichico. Alterare il ritmo circadiano sonno/veglia aumenta oltre che lo stress l’accumulo di sostanze infiammatorie e di conseguenza il rischio di infortuni.
– Esperti medici sportivi, Cronache di Spogliatoio – Studio partite serali
L’allenatore deve diventare un educatore del sonno. Incoraggiare i giocatori a creare una routine serale, a evitare schermi luminosi prima di coricarsi e a garantire un ambiente di riposo buio e silenzioso non è un’invasione della privacy, ma una strategia di prevenzione fondamentale. Monitorare la qualità del sonno tramite il “Sistema Semaforo” permette di individuare chi è a rischio e di modulare il carico di lavoro di conseguenza, prima che la stanchezza si trasformi in infortunio.
L’errore di entrare in campo dalla panchina senza aver attivato i flessori
È una scena vista centinaia di volte: un giocatore si infortuna, l’allenatore chiama un cambio, e il sostituto, dopo un paio di scatti e qualche allungo frettoloso, entra in campo nel momento più intenso della partita. Questo è uno degli scenari a più alto rischio per gli infortuni muscolari, in particolare ai flessori della coscia (ischiocrurali). Un muscolo “freddo”, o meglio, non neurologicamente attivato, non è pronto a gestire le richieste esplosive di uno scatto, un cambio di direzione o un tiro. L’errore non è la mancanza di “stretching”, ma l’assenza di un protocollo di attivazione neuromuscolare.
Quando un giocatore è seduto in panchina, il suo sistema nervoso centrale è in modalità “stand-by”. Il riscaldamento iniziale, fatto magari un’ora prima, ha perso quasi tutta la sua efficacia. Chiamarlo in campo all’improvviso è come chiedere a un’auto ferma da un’ora di partire subito a 200 km/h. Il rischio di “grippare” è altissimo. L’attivazione da panchina non serve a “scaldare” il muscolo in senso termico, ma a “svegliare” la connessione mente-muscolo, a migliorare la reattività e a preparare le fibre muscolari e i tendini a gestire carichi elevati e improvvisi.

Il programma FIFA 11+ offre una sequenza specifica di esercizi, brevi e intensi, che possono essere eseguiti in uno spazio ristretto a bordo campo. Questi movimenti non sono casuali: sono studiati per aumentare progressivamente la frequenza cardiaca, attivare le catene muscolari chiave (in particolare core e ischiocrurali) e simulare i gesti di gioco. L’efficacia di questo approccio è scientificamente provata: uno studio su squadre dilettantistiche ha dimostrato che le squadre che hanno applicato il protocollo FIFA 11+ hanno registrato il 37% di infortuni in meno durante gli allenamenti e il 29% in meno durante le partite. Dare al proprio staff una procedura chiara per il riscaldamento dei panchinari è un investimento a costo zero con un ritorno altissimo.
Ecco un protocollo di attivazione rapida derivato dal FIFA 11+, da far eseguire a ogni sostituto prima dell’ingresso in campo:
- Corsa sul posto con ginocchia alte per 30 secondi, per aumentare la frequenza cardiaca.
- Slanci controllati alternati (10 per gamba), per attivare dinamicamente i flessori e i quadricipiti.
- Skip laterali in spazio ristretto (20 ripetizioni), per preparare gli adduttori e i muscoli stabilizzatori dell’anca.
- Attivazione isometrica dei femorali (3 serie da 10 secondi): spingere il tallone contro una resistenza fissa (es. la base della panchina) per pre-attivare gli ischiocrurali.
- Accelerazioni progressive su 5-7 passi, arrivando all’80-90% della velocità massima, per preparare il sistema allo scatto.
Erba alta o campo pesante: come il giardiniere influenza la salute dei legamenti
Spesso si pensa alla prevenzione infortuni come a un processo che riguarda solo il corpo dell’atleta. In realtà, l’ambiente in cui l’atleta si muove gioca un ruolo altrettanto cruciale. Il terreno di gioco non è una superficie neutra; è un partner (o un avversario) che interagisce con il corpo a ogni passo, a ogni cambio di direzione, a ogni contrasto. La scelta dei tacchetti è importante, ma è la condizione del campo a dettare le regole del gioco per legamenti e articolazioni.
Un campo con erba alta e umida, per esempio, aumenta l’attrito tra la scarpa e il terreno. Questo può sembrare un vantaggio in termini di grip, ma in caso di cambi di direzione improvvisi o di un contrasto, il piede rischia di “impuntarsi” invece di scivolare leggermente. Tutta la forza di torsione viene scaricata sulle articolazioni superiori, in primis caviglia e ginocchio, aumentando drasticamente il rischio di distorsioni legamentose. Al contrario, un campo secco e duro riduce l’assorbimento degli impatti, generando micro-traumi ripetuti che, alla lunga, possono portare a fratture da stress o a infiammazioni croniche come la periostite tibiale.
Il “campo pesante” o fangoso, tipico dei mesi invernali, presenta un’altra sfida. Ogni passo richiede uno sforzo muscolare maggiore per vincere la resistenza del terreno. Questo porta a un affaticamento muscolare precoce, soprattutto a carico di polpacci e adduttori. Un muscolo affaticato è un muscolo che controlla meno efficacemente l’articolazione, lasciandola più esposta a movimenti innaturali e, di conseguenza, a infortuni. Infine, i campi in sintetico, soprattutto se di vecchia generazione o con scarsa manutenzione, presentano un coefficiente di attrito molto elevato e una risposta elastica differente, che può mettere a dura prova i legamenti crociati.
L’allenatore, insieme al suo staff, deve agire su due fronti. Primo, stabilire un dialogo costante con chi si occupa della manutenzione del campo per garantire le migliori condizioni possibili. Secondo, educare i giocatori ad adattare la propria attrezzatura, in particolare la scelta dei tacchetti, al tipo di terreno che affronteranno. Un sopralluogo pre-partita non serve solo a studiare la tattica, ma anche a “leggere” il campo per proteggere la salute dei propri atleti.
Come gestire il minutaggio graduale di un giocatore chiave al rientro da un crociato?
Il ritorno in campo dopo la rottura del legamento crociato anteriore (LCA) è forse il percorso più lungo e psicologicamente provante per un calciatore. Dopo 6-9 mesi di riabilitazione, la tentazione di considerare il giocatore “guarito” e di reinserirlo a pieno regime è forte. Questo è un errore che può avere conseguenze devastanti. Il nuovo legamento (o il tendine utilizzato per la ricostruzione) ha bisogno di tempo per adattarsi ai carichi imprevedibili e multi-direzionali del calcio giocato. Un rientro troppo aggressivo è la via più rapida per un secondo infortunio.
I numeri sono un monito severo: l’incidenza di una nuova rottura del LCA, sullo stesso ginocchio o su quello controlaterale, è allarmante. Dati recenti mostrano che fino al 15% dei calciatori subisce un reinfortunio al LCA, una percentuale che sale addirittura al 23% per gli atleti sotto i 25 anni. Questo non significa che l’operazione sia fallita, ma che la gestione del ritorno all’attività sportiva è stata inadeguata. Il problema non è solo il legamento in sé, ma tutto il sistema neuromuscolare che deve riapprendere a controllare il ginocchio in situazioni di gioco ad alta velocità.
La soluzione risiede in un piano di minutaggio progressivo e meticolosamente monitorato. L’obiettivo non è “farlo giocare”, ma “farlo adattare”. Ogni spezzone di partita è un test, una sessione di allenamento specifica in cui si valuta la risposta del ginocchio (dolore, gonfiore) e, soprattutto, la fiducia del giocatore nei propri mezzi. Questo processo deve essere flessibile: se dopo una fase emergono problemi, non si deve esitare a fare un passo indietro, concedendo più tempo per il recupero e l’adattamento, prima di procedere allo step successivo.
Un piano a 4 fasi è l’approccio più sicuro ed efficace per accompagnare il giocatore verso il ritorno ai 90 minuti:
- Fase 1 (Settimane 1-2): Inserimento per 15-20 minuti nel finale di partite dal risultato consolidato, per ridurre lo stress competitivo. L’obiettivo è riprendere confidenza con il campo e valutare la risposta fisica e psicologica.
- Fase 2 (Settimane 3-4): Aumento del minutaggio a 30-35 minuti. Il giocatore può essere impiegato in situazioni di gioco più intense per testare la sua reattività ai cambi di direzione e ai contrasti.
- Fase 3 (Settimane 5-6): Partenza da titolare con un minutaggio previsto di 45-60 minuti. Questo serve a testare la resistenza del ginocchio su un periodo di tempo più lungo e con un’intensità da inizio gara.
- Fase 4 (Settimana 7+): Ritorno ai 90 minuti. Anche in questa fase, il monitoraggio post-partita rimane fondamentale. Il dialogo costante con il giocatore su dolore, gonfiore e fiducia è la chiave per prevenire brutte sorprese.
Come accelerare il recupero muscolare dopo una prestazione intensa per allenarsi prima?
Con calendari sempre più fitti e partite ogni tre giorni, la differenza tra una squadra che vince e una che arranca la fa spesso la capacità di recupero. Un giocatore che recupera più velocemente non solo è disponibile per la partita successiva, ma può anche sostenere allenamenti di maggiore qualità, migliorando la propria condizione nel lungo periodo. Il recupero non è un’opzione, ma una parte integrante e fondamentale del processo di allenamento. Accelerarlo significa guadagnare un vantaggio competitivo enorme.
Il recupero si gioca su più fronti, ma quello nutrizionale è il primo e più immediato. Subito dopo una prestazione intensa, si apre una “finestra fisiologica” di circa 30-60 minuti in cui il corpo è estremamente ricettivo all’assimilazione dei nutrienti. In questa fase, è cruciale agire su tre obiettivi: reidratare, ripristinare le scorte di glicogeno (il carburante dei muscoli) e fornire le proteine necessarie per la riparazione delle microlesioni muscolari. Non serve ricorrere a prodotti esotici; la tradizione italiana offre soluzioni perfette ed efficaci.
Accanto alla nutrizione, esistono strategie di recupero attivo e passivo che i top player utilizzano regolarmente. Il recupero attivo, come una seduta di ciclismo leggero o nuoto il giorno dopo la partita, aiuta a smaltire l’acido lattico e a ridurre l’indolenzimento muscolare (DOMS) senza stressare le articolazioni. Tecniche come i bagni di ghiaccio (crioterapia) o l’utilizzo di vasche caldo/freddo, invece, sfruttano la vasocostrizione e la vasodilatazione per “pompare” via le sostanze di scarto dai muscoli e ridurre l’infiammazione, accelerando i processi di guarigione.
Ecco una lista di alimenti, facilmente reperibili e perfetti per il post-partita, che ogni squadra dovrebbe avere a disposizione nello spogliatoio:
- Parmigiano Reggiano: Un concentrato di proteine nobili a rapido assorbimento e sodio, fondamentale per il recupero muscolare e l’equilibrio idro-salino.
- Bresaola: Fonte di proteine magre ad altissimo valore biologico, ideale per fornire gli amminoacidi necessari alla ricostruzione delle fibre muscolari.
- Crostata di marmellata: Fornisce zuccheri semplici a rapida assimilazione, perfetti per ricaricare le scorte di glicogeno esaurite durante lo sforzo.
- Banana: Ricca di potassio, aiuta a ristabilire l’equilibrio elettrolitico e a prevenire i crampi.
- Acqua con un pizzico di sale e limone: Una bevanda di reidratazione naturale, economica ed estremamente efficace per reintegrare liquidi e minerali persi con il sudore.
Da ricordare
- La prevenzione degli infortuni è un sistema, non un singolo atto. Richiede monitoraggio costante, non interventi sporadici.
- Il “carico invisibile” (stress, sonno, vita privata) impatta sulla performance e sul rischio infortuni tanto quanto l’allenamento.
- La comunicazione tra staff medico, preparatore e allenatore è la chiave per prendere decisioni informate e proteggere la salute degli atleti.
Come monitorare la condizione atletica per evitare il sovrallenamento a marzo?
Marzo e aprile sono i mesi più critici di una stagione calcistica. Le energie fisiche e mentali iniziano a scarseggiare, la posta in palio si alza e il rischio di sovrallenamento (overtraining) è dietro l’angolo. Il sovrallenamento non è semplicemente “sentirsi stanchi”; è una condizione di esaurimento psicofisico in cui il corpo non riesce più ad adattarsi agli stimoli allenanti. Il risultato è un calo inspiegabile della performance, un aumento della suscettibilità a malattie e, soprattutto, un’impennata del rischio di infortuni muscolari e tendinei.
L’errore comune in questa fase della stagione è cercare di “spingere di più” per ottenere quel piccolo vantaggio. In realtà, la strategia vincente è l’opposto: allenarsi meglio, non di più. È il momento di ridurre il volume complessivo del lavoro e aumentare la specificità e l’intensità delle esercitazioni, focalizzandosi sulla brillantezza e sulla freschezza atletica. Per fare questo, è indispensabile avere dati oggettivi sulla condizione della squadra, per capire chi ha bisogno di recuperare e chi può ancora spingere.
Fortunatamente, non servono attrezzature da milioni di euro per monitorare efficacemente lo stato di affaticamento. Esistono metodi semplici, a costo zero, che possono fornire indicazioni preziose. Combinando questi semplici test con i dati provenienti dal questionario di benessere (visto nel Sistema Semaforo), l’allenatore può costruire un quadro preciso e agire in modo proattivo, personalizzando i carichi di lavoro e pianificando settimane di scarico strategiche prima che sia troppo tardi.
Ecco alcuni metodi pratici per tenere sotto controllo la condizione ed evitare di arrivare “scarichi” al momento clou della stagione:
- Misurazione della frequenza cardiaca a riposo: Chiedere ai giocatori di misurare le proprie pulsazioni al mattino, prima di alzarsi dal letto. Un aumento costante di 5-10 battiti al minuto rispetto alla loro media personale è un chiaro segnale di affaticamento sistemico.
- Test del salto verticale settimanale: Eseguire un semplice test di salto verticale (es. Countermovement Jump) una volta a settimana, sempre nello stesso giorno. Un calo significativo della performance (5-10 cm) indica un affaticamento a livello neuromuscolare.
- Utilizzo del questionario di benessere: I dati su sonno, stress e dolori muscolari, se raccolti con costanza, sono il miglior indicatore del recupero individuale.
- Periodizzazione inversa: Nelle fasi finali della stagione, considerare di invertire la logica della preparazione: ridurre il volume degli allenamenti (meno durata, meno ripetizioni) e aumentare l’intensità e la specificità, lavorando su situazioni di gioco ad alta velocità.
- Focus sulla freschezza: Prima di una partita cruciale, la priorità assoluta deve essere la freschezza atletica e la lucidità mentale. Meglio un allenamento in meno che un giocatore infortunato.
Adottare un sistema di prevenzione non significa eliminare completamente il rischio, ma governarlo. Significa trasformare la gestione dell’infermeria da un problema settimanale a una strategia scientifica. Iniziate oggi stesso a implementare questi protocolli: partite dal monitoraggio del benessere, siate meticolosi nei rientri e fate del recupero una priorità. La vostra squadra vi ringrazierà sul campo, fino all’ultima giornata di campionato.