Pubblicato il Maggio 15, 2024

In sintesi:

  • Il crollo fisico di novembre è un sintomo di una preparazione estiva basata su volumi insostenibili e non sulla qualità.
  • La chiave per una squadra dilettantistica non è copiare i professionisti, ma adottare una programmazione sostenibile che gestisca i carichi in modo scientifico.
  • L’individualizzazione del lavoro (titolari vs riserve, giovani vs esperti) e la prevenzione attiva sono più importanti del semplice aumento dei carichi.
  • Monitorare lo stress totale (lavoro, studio, campo) e adattare le sedute è fondamentale per evitare burnout e infortuni.

Ogni preparatore atletico di una squadra dilettantistica conosce bene questo paradosso. L’entusiasmo di agosto, le doppie sedute, i test atletici promettenti. La squadra sembra volare. Poi, puntualmente, arriva novembre: i primi freddi, i campi pesanti e, con essi, un’inspiegabile ondata di affaticamenti, contratture e infortuni che decimano la rosa. Il motore che girava a pieni regimi sembra improvvisamente grippato. Si dà la colpa alla sfortuna, al calendario fitto, ma raramente si guarda alla vera causa: una preparazione estiva concettualmente sbagliata.

L’errore più comune è tentare di replicare, in scala ridotta, i modelli del calcio professionistico. Si punta sul volume, sull’intensità massima, sul “fare fatica” come valore assoluto. Ma questa logica ignora la realtà di un calciatore di Promozione: un atleta che arriva al campo la sera dopo otto ore di lavoro, con livelli di stress e recupero completamente diversi da un professionista. Il risultato è un sovraccarico funzionale che presenta il suo conto proprio quando la stagione entra nel vivo.

E se la vera chiave non fosse aggiungere più carico, ma gestirlo in modo più intelligente? Questo articolo propone un cambio di paradigma: abbandonare il mito dell’intensità a tutti i costi per abbracciare una programmazione sostenibile e scientifica, pensata specificamente per i vincoli e le opportunità del calcio dilettantistico. Un approccio che non si limita a costruire la performance per la prima di coppa, ma mira a costruire la resilienza atletica per durare fino a maggio.

Analizzeremo come strutturare una preparazione di quattro settimane che agisca come un vero e proprio vaccino contro il crollo autunnale. Esploreremo metodologie per introdurre la forza in sicurezza, gestire le pause e differenziare i carichi, trasformando i limiti della categoria in un vantaggio strategico per arrivare a marzo più brillanti, e non più stanchi, degli altri.

Perché la squadra crolla fisicamente a novembre e come invertire la rotta?

Il calo di rendimento autunnale non è una maledizione, ma l’inevitabile conseguenza di un’errata gestione del carico accumulato. La preparazione estiva, spesso troppo compressa e intensa, crea un picco di forma illusorio. I giocatori sembrano performanti, ma in realtà stanno accumulando una fatica sub-massimale che il loro sistema, stressato anche da impegni lavorativi, non riesce a smaltire. Il risultato è un sistema neuromuscolare che diventa progressivamente più fragile e meno reattivo.

La chiave per invertire questa tendenza è smettere di pensare in termini di “più è meglio” e iniziare a ragionare in termini di carico ottimale e recupero strategico. Un approccio scientifico non si basa sull’accumulo indiscriminato di chilometri o ripetute, ma sulla periodizzazione intelligente. Questo significa programmare fin da agosto non solo i picchi di carico, ma anche e soprattutto le settimane di scarico attivo, fondamentali per permettere al corpo di assimilare il lavoro svolto e supercompensare.

Questo fenomeno è ampiamente documentato. Infatti, non è un caso se in Italia, secondo i dati della medicina sportiva, si registrano mediamente 2 infortuni a stagione per giocatore, con un’incidenza che raggiunge il suo apice proprio nel periodo ottobre-novembre. Questi non sono eventi casuali, ma il segnale che il serbatoio energetico e la capacità di recupero dei giocatori sono stati portati al limite da una programmazione insostenibile. La rotta si inverte monitorando costantemente il carico interno (ad esempio con la scala RPE) e avendo il coraggio di ridurre il volume quando i dati indicano un rischio crescente.

Come introdurre i pesi in palestra per calciatori che non hanno mai fatto pesistica?

L’inserimento della forza nel calcio dilettantistico è un’arma a doppio taglio. Se gestito correttamente, può ridurre drasticamente il rischio di infortuni e migliorare l’esplosività. Se improvvisato, può essere la causa diretta di problemi muscolari e articolari in giocatori non abituati a questo tipo di stimolo. L’obiettivo primario non deve essere l’ipertrofia o l’aumento massimale della forza, ma il controllo motorio e la stabilizzazione articolare sotto carico.

Per una squadra di Promozione, dove molti atleti non hanno mai seguito un programma di pesistica strutturato, la progressione è tutto. È fondamentale partire dalle basi, insegnando prima gli schemi motori corretti a corpo libero e solo successivamente introducendo resistenze esterne. L’enfasi deve essere sulla qualità del movimento, non sulla quantità di peso sollevato. Come sottolinea l’esperto preparatore Giorgio Polin, nel contesto calcistico si dovrebbe dare priorità a metodologie specifiche. A questo proposito, la sua visione è illuminante:

Si utilizzano metodologie di lavoro che sono più finalizzate all’allenamento del controllo della forza piuttosto che al suo incremento vero e proprio.

– Giorgio Polin, Preparatore Atletico A.S. Cittadella, YouCoach

Un approccio graduale e scientifico è l’unica via per integrare la forza in modo efficace e sicuro, costruendo atleti più forti e resilienti, non solo più “grossi”. L’obiettivo è creare calciatori capaci di gestire i contrasti, cambiare direzione e sprintare in sicurezza per tutta la durata della stagione.

Piano d’azione: progressione per l’introduzione della forza

  1. Fase 1 (Settimane 1-2): Iniziare esclusivamente con esercizi a corpo libero per costruire una base di controllo motorio. Focus su plank, piegamenti, affondi e squat, curando maniacalmente la tecnica esecutiva.
  2. Fase 2 (Settimane 3-4): Introdurre resistenze leggere tramite elastici e piccoli attrezzi. Esercizi di resistance training per attivare e rinforzare i muscoli stabilizzatori.
  3. Fase 3 (Settimane 5-6): Aggiungere kettlebell per movimenti funzionali che integrano forza e coordinazione, come lo swing e il goblet squat, che mimano gesti atletici.
  4. Fase 4 (Settimane 7-8): Introdurre bilancieri con carichi leggeri per i movimenti fondamentali. Priorità a esercizi come lo stacco rumeno e gli affondi, essenziali per la catena posteriore.
  5. Fase 5 (Monitoraggio continuo): Implementare test di valutazione periodici (es. salto verticale, test di agilità) ogni 4-5 settimane per monitorare i progressi e adattare individualmente il programma.

Riposo assoluto o carichi pesanti: cosa fare durante le due settimane di stop natalizio?

La pausa natalizia rappresenta un momento cruciale nella gestione della stagione di una squadra dilettantistica. Considerarla un periodo di riposo totale è un errore che può compromettere la ripresa a gennaio, aumentando il rischio di infortuni. D’altro canto, programmare carichi pesanti senza criterio può portare a un esaurimento delle energie mentali e fisiche. La soluzione risiede in una gestione differenziata e intelligente del recupero.

Il principio fondamentale è l’individualizzazione. Non tutti i giocatori arrivano a dicembre con lo stesso carico di lavoro sulle gambe. I titolari, che hanno accumulato un alto minutaggio, necessitano di un recupero attivo finalizzato a rigenerare corpo e mente. Per loro, attività a basso impatto come nuoto, mobilità articolare o yoga sono ideali per mantenere il sistema attivo senza stressarlo. Al contrario, le riserve e i giocatori con meno presenze hanno bisogno di un richiamo di condizione per non perdere il ritmo partita e farsi trovare pronti a gennaio. Per loro, sessioni mirate di mantenimento della forza e della capacità aerobica sono essenziali.

Questo approccio permette di trasformare la pausa da potenziale problema a risorsa strategica. L’obiettivo è ripresentarsi al primo allenamento di gennaio con una squadra non solo riposata, ma anche rigenerata, motivata e, soprattutto, eterogenea nel suo stato di forma, pronta per la seconda e decisiva parte della stagione. L’immagine di un atleta che si allena con disciplina anche durante le feste incarna perfettamente questa filosofia.

Calciatore dilettante che si allena a casa durante le festività natalizie

Un programma ben strutturato per la pausa festiva, che tenga conto delle diverse esigenze individuali, è un marchio di fabbrica di una preparazione atletica professionale e lungimirante, anche a livello dilettantistico.

Per una gestione ottimale, è utile avere un piano chiaro che distingua il lavoro in base al minutaggio dei giocatori, come illustrato da questa analisi comparativa di un programma differenziato per la pausa.

Programma differenziato per titolari e riserve durante la pausa natalizia
Settimana Titolari (>15 presenze) Riserve (<10 presenze)
24-31 Dicembre Recupero attivo: mobilità, yoga, nuoto leggero (3 sessioni da 30′) Mantenimento: 2 sessioni di corsa aerobica + 1 di forza
1-7 Gennaio Riattivazione: 2 allenamenti misti tecnica-atletica Richiamo intenso: 3 allenamenti con focus su forza e velocità

L’errore di trattare la Juniores come la Prima Squadra causando burnout fisico

Uno degli errori più gravi nella programmazione di una società dilettantistica è applicare un principio di “copia-incolla” tra la Prima Squadra e la formazione Juniores. I giovani atleti non sono adulti in miniatura. Il loro corpo è in una fase di sviluppo delicata e la loro vita è caratterizzata da un doppio stress: quello fisico dell’allenamento e quello mentale e logistico della scuola. Ignorare questa variabile porta inevitabilmente a un sovraccarico cronico, che si manifesta con burnout, calo delle performance e un aumento del rischio di infortuni da stress.

La letteratura scientifica e le linee guida federali sono chiare: un giovane calciatore in età Juniores non ha la stessa capacità di recupero di un adulto. Imporre gli stessi volumi e le stesse intensità della Prima Squadra è controproducente. È stato dimostrato, infatti, che per una crescita armonica e per prevenire l’abbandono precoce, i giocatori Juniores necessitano di circa il 30% in meno di volume di allenamento complessivo rispetto a un atleta senior. Questo non significa allenarli di meno, ma allenarli meglio, con un’attenzione maniacale alla qualità tecnica e alla prevenzione.

Una programmazione intelligente per la Juniores deve essere flessibile e modulare, tenendo conto dei periodi di maggiore stress scolastico, come le settimane di interrogazioni o gli esami di maturità. In queste fasi, ridurre il carico allenante non è una sconfitta, ma un atto di responsabilità e lungimiranza che protegge la salute e la carriera del giovane atleta.

Studio di caso: Gestione del doppio impegno scuola-calcio nella Juniores Regionale

Un esempio pratico di periodizzazione sostenibile per una squadra Juniores Regionale prevede una gestione dinamica del carico. Durante i periodi di picco dello stress scolastico, come gennaio e il periodo pre-esami di maggio-giugno, si attua una riduzione strategica del 40% del volume di allenamento. La frequenza settimanale di tre sedute viene mantenuta per non perdere il ritmo, ma la durata di ogni allenamento viene ridotta da 90 a 75 minuti. In queste fasi, il focus si sposta dal volume atletico alla qualità tecnica e alle esercitazioni tattiche a bassa intensità, garantendo così uno stimolo allenante senza esaurire le preziose risorse psico-fisiche dei ragazzi.

Quando il terreno di gioco duro cambia completamente la tipologia di prevenzione infortuni

Nel calcio dilettantistico italiano, la diffusione di campi in erba sintetica di vecchia generazione ha introdotto una nuova, critica variabile nella prevenzione infortuni. Un terreno di gioco eccessivamente duro o consumato modifica radicalmente le forze di impatto e di torsione a cui sono sottoposte le articolazioni degli atleti, in particolare caviglie e ginocchia. Ignorare questa realtà e applicare protocolli di prevenzione generici significa esporre i propri giocatori a un rischio esponenzialmente più alto di lesioni traumatiche e da sovraccarico.

L’impatto di questi terreni sul fisico degli atleti non è trascurabile. La ridotta capacità di assorbimento dello shock aumenta lo stress su tendini e legamenti, portando a un’usura più rapida. I dati sono allarmanti: secondo la Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia, in Italia si contano quasi 80.000 ricoveri annui per lesioni del legamento crociato, con un’incidenza particolarmente elevata proprio sui campi sintetici. Questo dato impone un cambio di approccio: la prevenzione deve diventare “terreno-specifica”.

Un preparatore atletico moderno deve analizzare la superficie di allenamento e di gara e adattare di conseguenza il suo programma. Su campi duri, diventano prioritari gli esercizi di propriocezione per migliorare la stabilità articolare, il lavoro sulla forza eccentrica per aumentare la capacità dei muscoli di “frenare” il movimento e una rigorosa gestione del recupero post-allenamento per ridurre l’infiammazione. Ecco alcuni punti cardine di un protocollo specifico:

  • Mobilità articolare pre-allenamento: Dedicare almeno 15 minuti a esercizi specifici per caviglie, ginocchia e anche, per preparare le articolazioni allo stress imminente.
  • Scelta delle calzature: È imperativo utilizzare scarpe con tacchetti AG (Artificial Ground) e bandire le FG (Firm Ground), non adatte a queste superfici.
  • Pliometria a basso impatto: Implementare esercizi pliometrici (salti) due volte a settimana, ma privilegiando superfici più morbide (erba, materassini) per allenare l’esplosività senza sovraccaricare le articolazioni.
  • Recupero post-allenamento: Utilizzare sistematicamente il foam roller su polpacci e quadricipiti per almeno 10 minuti per rilasciare le tensioni muscolari.
  • Crioterapia: Quando possibile, l’immersione in acqua fredda (10-15°C) per 10 minuti dopo sedute intense su campi duri è uno strumento potentissimo per controllare l’infiammazione.

Come organizzare sedute atletiche specifiche per una squadra di dilettanti che si allena la sera?

L’allenamento serale è la norma nel calcio dilettantistico, ma comporta sfide uniche. I giocatori arrivano al campo dopo una giornata di lavoro o studio, spesso stanchi, stressati e con poco tempo a disposizione. Una seduta efficace non può ignorare questo contesto: deve essere progettata per massimizzare ogni minuto, combinando efficienza temporale e un’attivazione progressiva che tenga conto dello stato psico-fisico degli atleti.

La struttura classica dell’allenamento va ripensata. Invece di lunghe fasi analitiche separate, è più produttivo un approccio integrato. La fase di attivazione, ad esempio, non può essere un semplice riscaldamento, ma deve diventare un vero e proprio “ponte” tra la giornata lavorativa e l’impegno sportivo. Esercizi di mobilità articolare e attivazione neuromuscolare sono fondamentali per “resettare” il corpo dopo ore passate seduti o in piedi. Successivamente, il cuore della seduta atletica dovrebbe essere integrato con il pallone, utilizzando possessi a tema fisico o small-sided games ad alta intensità. Questo non solo ottimizza i tempi, ma aumenta anche la motivazione e la specificità del lavoro.

Squadra di dilettanti durante allenamento serale sotto i riflettori

Infine, la fase di defaticamento assume un’importanza cruciale. Non è un optional, ma una parte essenziale per favorire il recupero e preparare il corpo alla giornata successiva. Dieci minuti di stretching dolce e tecniche di respirazione guidata possono fare la differenza nel ridurre i DOMS (dolori muscolari post-esercizio) e migliorare la qualità del sonno, un fattore spesso sottovalutato ma determinante per il recupero dell’atleta dilettante.

L’efficienza di una seduta serale si misura dalla sua capacità di raggiungere gli obiettivi atletici rispettando le energie dei giocatori. Una struttura ottimizzata, basata su un’analisi approfondita come quella proposta da esperti del settore, è la chiave.

Struttura ottimizzata per allenamenti serali (90 minuti)
Fase Durata Contenuto Intensità RPE
Attivazione post-lavoro 20′ Mobilità articolare + attivazione neuromuscolare 4-5/10
Lavoro atletico integrato 30′ Possessi palla a tema fisico, small-sided games 7-8/10
Parte tattica 30′ Esercitazioni tattiche situazionali 6-7/10
Defaticamento 10′ Stretching + respirazione guidata 2-3/10

La gestione del tempo è fondamentale per il successo. Per questo, è vitale padroneggiare i principi su come strutturare una seduta serale in modo scientifico ed efficiente.

Come organizzare un ritiro sportivo estivo in montagna per una squadra dilettantistica?

Il ritiro pre-campionato è un momento fondamentale non solo per la preparazione fisica, ma anche per la costruzione del gruppo. Per una squadra dilettantistica, tuttavia, il budget è spesso il principale ostacolo. Organizzare un ritiro efficace e low-cost è possibile, a patto di pianificare con intelligenza e creatività, focalizzandosi sull’ottimizzazione delle risorse e sulla funzionalità piuttosto che sul lusso.

La scelta della location e della logistica è il primo passo. Invece di hotel costosi, si possono esplorare alternative come case per ferie parrocchiali, ostelli della gioventù o strutture di accoglienza per gruppi, che offrono tariffe notevolmente inferiori. Stipulare convenzioni con trattorie e pizzerie locali per menù fissi “atleta” permette di controllare i costi dei pasti senza sacrificare la qualità nutrizionale. Anche la logistica del trasporto può essere ottimizzata organizzando un sistema di car-sharing tra i giocatori, riducendo le spese di carburante e promuovendo al contempo lo spirito di squadra.

Dal punto di vista atletico, il programma deve essere denso ma equilibrato. Un weekend lungo (da venerdì sera a domenica pomeriggio) è spesso la soluzione più praticabile. L’ideale è alternare sedute puramente atletiche, come un lavoro aerobico sui sentieri di montagna al mattino, con allenamenti tecnico-tattici nel pomeriggio. È cruciale inserire momenti di team building, come una grigliata di gruppo o una serata dedicata all’analisi video degli obiettivi stagionali, per cementare i rapporti all’interno dello spogliatoio. Un programma tipo potrebbe essere: arrivo il venerdì sera con cena e riunione tecnica; doppia seduta il sabato (atletica al mattino, tecnico-tattica al pomeriggio); partitella la domenica mattina prima del pranzo e del rientro.

La sicurezza non deve mai essere trascurata. È fondamentale verificare che la polizza assicurativa della società copra le attività fuori sede e portare sempre con sé un kit di primo soccorso completo e, se disponibile, un defibrillatore portatile. Un ritiro ben organizzato, anche se economico, può gettare le fondamenta per un’intera stagione di successi.

Da ricordare

  • Sostenibilità > Intensità: Una preparazione efficace non è quella più dura, ma quella che costruisce una condizione fisica che dura fino a maggio, prevenendo il crollo autunnale.
  • Individualizzazione è la chiave: Gestire i carichi in modo differenziato tra titolari e riserve, giovani e senior, è fondamentale per ottimizzare la performance dell’intera rosa.
  • La prevenzione è un allenamento: Adattare i protocolli di prevenzione al tipo di terreno e monitorare costantemente i segnali di affaticamento non è un optional, ma parte integrante del lavoro del preparatore.

Come monitorare la condizione atletica per evitare il sovrallenamento a marzo?

Arrivare a marzo, nel momento clou della stagione, con una squadra brillante e non “spremuta” è l’obiettivo finale di ogni buona programmazione. Il sovrallenamento non è un evento improvviso, ma un processo graduale causato da un disequilibrio cronico tra carico di lavoro e capacità di recupero. Monitorare la condizione atletica non significa solo fare test periodici, ma implementare un sistema di controllo costante e multi-fattoriale che permetta di intercettare i primi segnali di allarme.

Strumenti semplici ma scientificamente validati come la scala RPE (Rating of Perceived Exertion) sono fondamentali. Chiedere ai giocatori di valutare lo sforzo percepito dopo ogni seduta e moltiplicare questo valore per la durata dell’allenamento fornisce un dato oggettivo sul carico interno. Un aumento costante di questo valore a parità di lavoro esterno è un campanello d’allarme potentissimo. La fatica accumulata, infatti, si manifesta chiaramente nelle fasi finali delle partite. Non è un caso che, secondo studi approfonditi sulla distribuzione temporale degli infortuni, il 60% degli infortuni nel calcio si verifichi nel secondo tempo, con una concentrazione particolare negli ultimi 15 minuti. Questo indica una perdita di lucidità e controllo motorio dovuta alla fatica.

Oltre ai dati, è essenziale l’osservazione qualitativa. Un preparatore attento deve saper leggere i segnali non verbali: aumento dell’irritabilità, calo della concentrazione, lamentele frequenti per dolori muscolari, disturbi del sonno riportati dai giocatori. Questi sono tutti indicatori di un sistema nervoso sovraccaricato. Combinando dati oggettivi (RPE, test fisici periodici come lo Yo-Yo test) e osservazioni soggettive, è possibile creare un quadro completo dello stato di forma della squadra e intervenire con sedute di scarico mirate prima che sia troppo tardi, garantendo così la massima performance quando conta di più.

Adottare un approccio scientifico e sostenibile alla preparazione atletica non è più un’opzione, ma una necessità per qualsiasi squadra dilettantistica che aspiri a competere ad alti livelli per tutta la durata del campionato. Per tradurre questi principi in azioni concrete, il passo successivo consiste nell’elaborare un piano di monitoraggio personalizzato per la propria squadra.

Domande frequenti sulla preparazione atletica nel calcio

Come utilizzare la scala RPE per monitorare il carico?

Chiedere ai giocatori di valutare lo sforzo percepito (Rate of Perceived Exertion) su una scala da 1 a 10, circa 30 minuti dopo la fine di ogni allenamento. Moltiplicando questo valore per i minuti della seduta si ottiene il carico di allenamento individuale. Se la media settimanale di un giocatore supera costantemente un valore soglia (es. 7.5 su 10 per lo sforzo percepito), è un segnale per programmare una seduta di scarico o un recupero personalizzato.

Quali sono i segnali di sovrallenamento da non sottovalutare?

I segnali non sono solo fisici. Oltre ai dolori muscolari persistenti (DOMS che durano più di 48-72 ore), bisogna prestare attenzione a segnali comportamentali e psicologici come irritabilità aumentata, difficoltà di concentrazione durante le esercitazioni, disturbi del sonno, calo dell’appetito e un aumento generale delle lamentele e del malumore all’interno dello spogliatoio.

Ogni quanto ripetere i test fisici di controllo?

Per avere un monitoraggio attendibile senza che i test diventino un carico eccessivo, l’ideale è ripeterli ogni 4-5 settimane. È fondamentale utilizzare sempre gli stessi test standardizzati per poter confrontare i dati nel tempo. Una batteria di test efficace potrebbe includere: uno sprint sui 30 metri per la velocità, un test di agilità con cambi di direzione (es. T-Test) e un test di resistenza specifica come lo Yo-Yo Intermittent Recovery Test.

Scritto da Marco Cattaneo, Preparatore Atletico Professionista e Chinesiologo, specializzato in recupero infortuni e performance nel calcio. Vanta 14 stagioni di attività in staff tecnici professionistici e centri di riabilitazione.