Pubblicato il Maggio 17, 2024

Contrariamente a quanto si pensi, la chiave per sbloccare la performance non è “pensare positivo”, ma ricablare scientificamente la risposta del cervello allo stress.

  • L’ansia da prestazione non è una debolezza caratteriale, ma una reazione neurofisiologica che può essere gestita con tecniche specifiche come la respirazione controllata.
  • Le parole che usi nel tuo dialogo interno e le immagini che crei con la visualizzazione non sono “motivazione”, ma strumenti concreti che programmano il tuo sistema nervoso per il successo o il fallimento.

Raccomandazione: Smetti di affidarti a frasi motivazionali generiche e inizia a considerare l’allenamento mentale come una disciplina scientifica, distinguendo i professionisti qualificati dai “guru” improvvisati.

Sei lì, sul punto di fare la giocata decisiva. Hai talento, ti sei allenato per mesi, forse anni. Ogni fibra del tuo corpo sa esattamente cosa fare. Eppure, la mente si inceppa, il respiro si accorcia, le gambe diventano di piombo. Un pensiero si insinua: “E se sbaglio?”. È una sensazione frustrante che accomuna innumerevoli atleti: essere tecnicamente preparati, ma bloccati da un muro invisibile nel momento che conta di più. È il paradosso dell’atleta che sa di poter vincere, ma non ci riesce.

L’approccio comune a questo problema è spesso superficiale. Ti viene detto di “essere più positivo”, di “credere in te stesso” o di “non pensarci”. Consigli che, seppur ben intenzionati, sono l’equivalente di dire a qualcuno con la febbre di “smettere di avere caldo”. Questi suggerimenti ignorano la radice del problema, che non risiede nella mancanza di volontà, ma in meccanismi psicofisiologici profondi. La psicologia sportiva autentica non si occupa di frasi fatte, ma di un vero e proprio allenamento del sistema nervoso.

E se la vera soluzione non fosse combattere l’ansia, ma imparare a dialogarci, a trasformarla da freno a propulsore? Questo articolo adotta una prospettiva diversa: quella dello psicologo dello sport. Non esploreremo slogan motivazionali, ma le tecniche scientifiche per il ricablaggio neurofisiologico della tua mente. Imparerai perché il tuo corpo reagisce in un certo modo sotto pressione e, soprattutto, come allenare il tuo cervello a rispondere in modo funzionale alla vittoria, non alla paura.

In questa guida completa, analizzeremo le cause scientifiche dei blocchi mentali e forniremo strumenti pratici e validati per superarli. Dalle tecniche di respirazione usate dai corpi speciali alla visualizzazione motoria, fino alla distinzione cruciale, soprattutto in Italia, tra un percorso psicologico serio e il coaching improvvisato. Scoprirai un approccio strutturato per costruire una mente da campione, solida e resiliente.

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Per navigare attraverso le strategie e le tecniche che trasformeranno il tuo approccio mentale alla competizione, ecco una mappa dei temi che affronteremo. Ogni sezione è un passo fondamentale per sbloccare il tuo vero potenziale.

Perché le gambe tremano prima del rigore e come usare la respirazione per calmarsi?

Quel tremore alle gambe prima del calcio di rigore, o la sensazione di “braccino corto” nel tennis, non è un segno di debolezza, ma una reazione ancestrale del nostro corpo. Si chiama risposta di “combattimento o fuga” (fight-or-flight), un meccanismo governato dal sistema nervoso simpatico. Di fronte a una minaccia percepita – e per il nostro cervello, la possibilità di un fallimento pubblico è una minaccia enorme – il corpo viene inondato di adrenalina e cortisolo. Il cuore accelera, i muscoli si tendono e il sangue defluisce dalle estremità per concentrarsi sugli organi vitali. Questo processo, utile per scappare da un predatore, è disastroso per la coordinazione fine richiesta da un gesto tecnico.

Il tremore è la manifestazione fisica di questo eccesso di attivazione. Non puoi semplicemente “ordinare” al tuo corpo di smettere, perché è una reazione involontaria. Tuttavia, possiedi un telecomando per disattivare questo stato di allarme: il respiro. La respirazione lenta e controllata è l’interruttore che attiva il sistema nervoso parasimpatico, responsabile del rilassamento e del recupero. È il modo più rapido e scientificamente provato per comunicare al cervello che la minaccia è passata e che può tornare in uno stato di calma focalizzata (omeostasi).

Una delle tecniche più efficaci è la respirazione quadrata, o Box Breathing. Questo metodo, semplice ma potentissimo, non richiede altro che la tua concentrazione. La sua struttura ritmica e prevedibile aiuta a distogliere la mente dai pensieri catastrofici e a riportare il controllo sul corpo. La tecnica prevede di eseguire un ciclo respiratorio scandito in quattro fasi uguali, proprio come i lati di un quadrato. Ad esempio, puoi seguire un ritmo di 4-4-4-4 secondi, secondo la tecnica del Box Breathing utilizzata anche dai Navy SEALs per mantenere la lucidità sotto stress estremo.

Per applicarla concretamente, segui questi passaggi:

  • Lato 1 (Inspirazione): Inspira lentamente dal naso per 4 secondi, sentendo l’addome che si gonfia.
  • Lato 2 (Trattenimento): Trattieni il respiro a polmoni pieni per 4 secondi, senza creare tensioni.
  • Lato 3 (Espirazione): Espira lentamente dalla bocca per 4 secondi, svuotando completamente i polmoni.
  • Lato 4 (Trattenimento): Trattieni il respiro a polmoni vuoti per 4 secondi.

Ripetere questo ciclo per pochi minuti prima di una gara o durante una pausa può resettare completamente il tuo stato fisiologico, restituendoti il controllo e la precisione necessari per eseguire il gesto tecnico come sai fare.

Trasformare “non ce la faccio” in “posso farcela”: come le parole cambiano il risultato

Se la respirazione agisce sul “hardware” del nostro sistema nervoso, il dialogo interno agisce sul “software”. Le parole che rivolgiamo a noi stessi non sono pensieri passeggeri; sono istruzioni che il nostro cervello prende molto seriamente. Un autodialogo disfunzionale (“non ce la faccio”, “sbaglierò di nuovo”, “lui è più forte di me”) non fa altro che rinforzare i circuiti neurali della paura e dell’insicurezza, preparando il corpo alla sconfitta ancor prima di iniziare. Ogni volta che ripeti a te stesso un’affermazione negativa, è come se eseguissi una ripetizione in palestra per allenare il muscolo del fallimento.

La tecnica del reframing cognitivo, o ristrutturazione cognitiva, consiste nel sostituire consapevolmente questi pensieri depotenzianti con affermazioni più funzionali e realistiche. Non si tratta di un’illusione o di un “pensiero positivo” ingenuo, ma di un cambio di prospettiva basato sui fatti. Invece di “non devo sbagliare”, che focalizza l’attenzione sull’errore, il reframing sposta il focus su “voglio colpire la palla con precisione”, che orienta la mente verso l’esecuzione corretta. È una differenza sottile ma neurologicamente fondamentale. Questo processo è ciò che permette di sviluppare quella forza mentale che, come diceva un campione del calibro di Rafael Nadal, “distingue i campioni dai quasi campioni”.

Atleta in concentrazione profonda durante esercizio di visualizzazione mentale

Come puoi vedere nell’immagine, la trasformazione mentale è un processo di profonda concentrazione interiore. L’atleta non sta semplicemente “sperando” di vincere, sta attivamente costruendo i percorsi neurali della vittoria. Per iniziare a praticare il reframing, tieni un diario dei tuoi pensieri prima, durante e dopo la performance. Identifica le frasi negative ricorrenti e, a freddo, scrivi accanto a ciascuna di esse una versione ristrutturata, più costruttiva e orientata all’azione. Ad esempio, “ho paura di stancarmi” può diventare “gestirò le mie energie per arrivare al massimo alla fine”.

Con la pratica costante, questo nuovo modo di parlare a te stesso diventerà automatico. Inizierai a notare che, cambiando le parole, non solo cambia il tuo stato d’animo, ma anche la risposta del tuo corpo e, di conseguenza, il risultato della tua performance.

Come allenare il cervello a vincere immaginando il gesto tecnico perfetto?

Il cervello non distingue nettamente tra un’esperienza vividamente immaginata e una realmente vissuta. Quando visualizzi un gesto tecnico con precisione e coinvolgimento emotivo, attivi le stesse aree cerebrali e gli stessi percorsi neurali che si attiverebbero durante l’esecuzione fisica. Questa tecnica, nota scientificamente come Imagery Motoria, è uno degli strumenti più potenti a disposizione di un atleta. Non è una pratica mistica, ma un allenamento neurologico a tutti gli effetti. Ogni volta che immagini un servizio perfetto o un tiro in porta impeccabile, stai creando e rinforzando la “mappa” neurale di quel movimento, rendendolo più fluido, automatico e resistente allo stress.

La visualizzazione non serve solo a perfezionare il gesto ideale. Una delle sue applicazioni più avanzate è la “Coping Imagery”, o visualizzazione di gestione. Questa tecnica prepara l’atleta a gestire l’imprevisto e l’errore. Invece di immaginare solo la performance perfetta, l’atleta introduce volontariamente un piccolo errore nella sua visualizzazione (una palla che colpisce il nastro, un appoggio imperfetto) e subito dopo immagina di reagire in modo calmo, efficace e costruttivo, recuperando l’azione e concludendola con successo. Questo allena il cervello a non andare in panico di fronte all’errore, trasformandolo da un evento catastrofico a un semplice dato da correggere.

Un protocollo efficace di Coping Imagery si articola in più fasi:

  1. Visualizzazione del successo: Per 3-5 minuti, immagina l’esecuzione perfetta del gesto, coinvolgendo tutti i sensi (cosa vedi, cosa senti, le sensazioni muscolari).
  2. Introduzione dell’errore: Ora, visualizza lo stesso gesto ma con un’imperfezione. Senti la leggera frustrazione, ma senza lasciarti travolgere.
  3. Visualizzazione del recupero: Immediatamente, immagina la tua reazione ideale: un respiro profondo, un pensiero di auto-correzione (“la prossima volta più piegato sulle gambe”) e il ritorno immediato alla concentrazione.
  4. Superamento e conclusione positiva: Visualizza te stesso che esegui nuovamente il gesto, questa volta in modo perfetto, concludendo la sequenza con una sensazione di controllo e successo.

Praticare regolarmente la Coping Imagery costruisce una resilienza a prova di errore. Insegna al tuo sistema nervoso che sbagliare non è la fine, ma una parte del processo. Quando l’errore si presenterà in gara, la tua mente avrà già una strategia pronta per affrontarlo, senza cedere al panico.

L’errore di confondere la psicologia sportiva con frasi fatte da social network

Nel mondo digitale di oggi, è facile imbattersi in figure che si autoproclamano “mental coach” e dispensano consigli motivazionali generici. Sebbene l’intenzione possa essere positiva, è fondamentale capire la differenza sostanziale, soprattutto nel contesto normativo italiano, tra un vero professionista della salute mentale e un coach senza una formazione regolamentata. Confondere i due può essere non solo inefficace, ma potenzialmente dannoso. La psicologia dello sport è una branca della psicologia, una disciplina scientifica che richiede un percorso di studi universitario e l’iscrizione a un Albo professionale.

Lo psicologo dello sport possiede competenze che vanno ben oltre la semplice ottimizzazione della performance. È formato per diagnosticare e trattare eventuali quadri clinici sottostanti (come disturbi d’ansia, depressione o disturbi alimentari) che possono manifestarsi attraverso un calo della prestazione. Un mental coach, la cui professione in Italia non è regolamentata, si concentra esclusivamente sugli aspetti performativi e non ha gli strumenti né l’autorizzazione legale per intervenire su problematiche psicopatologiche. Affidarsi alla persona sbagliata può portare a ignorare un problema più profondo, ritardando un intervento adeguato.

Per fare chiarezza, è utile analizzare le differenze oggettive tra le due figure professionali in Italia, come evidenziato in un’analisi comparativa recente.

Psicologo dello Sport vs. Mental Coach: differenze in Italia
Aspetto Psicologo dello Sport Mental Coach
Formazione Laurea + specializzazione (min. 7 anni) Variabile, non regolamentata
Albo professionale Iscrizione obbligatoria Non richiesta
Competenze Performance + aspetti clinici Solo performance
Certificazione AIPS riconosciuta Varie associazioni private

Come spiega chiaramente il Dr. Andrea Martinetti, psicologo e psicoterapeuta, la distinzione è netta e cruciale per la tutela dell’atleta:

Lo psicologo dello sport è a conoscenza sia della parte di miglioramento delle performance, che dell’ambito patologico. Possiede una conoscenza della psiche umana completa, maturata in almeno sette anni di studio universitario e lavoro. Il mental coach, invece, possiede conoscenze legate esclusivamente alla performance. Quindi, potremmo dire che lo psicologo dello sport è anche un mental coach, mentre il mental coach non è uno psicologo.

– Dr. Andrea Martinetti, Mental coach o psicologo dello sport?

Scegliere un professionista qualificato non è un dettaglio, ma la garanzia di un intervento basato sull’evidenza scientifica, eticamente corretto e costruito su misura per il benessere globale dell’atleta, non solo per il risultato immediato.

Quando la paura di farsi male di nuovo blocca il rientro in campo

Il recupero da un infortunio non è solo una questione fisica. Spesso, la ferita più difficile da guarire è quella psicologica. La kinesiofobia, ovvero la paura del movimento o di subire un nuovo infortunio, è un ostacolo enorme che può bloccare anche l’atleta fisicamente pronto a rientrare. Questo timore non è irrazionale; è un meccanismo protettivo del cervello che, dopo un trauma, diventa iper-vigile. Il risultato è un atleta che gioca “con il freno a mano tirato”, evitando i contatti, esitando nei movimenti e perdendo quella fluidità e aggressività che facevano la differenza. È un blocco che può trasformare un campione in un giocatore mediocre.

Questa paura può diventare un circolo vizioso: il timore porta a movimenti goffi e innaturali, che a loro volta aumentano il rischio di un nuovo infortunio, confermando la paura iniziale. Secondo alcuni studi, la kinesiofobia è un fattore rilevante nel recupero post-trauma per una percentuale significativa di atleti, con alcune ricerche che indicano che può interessare fino al 70% degli atleti dopo un infortunio grave. Ignorare questo aspetto psicologico significa condannare l’atleta a una performance sub-ottimale o, peggio, a una carriera interrotta.

Atleta durante sessione di riabilitazione mentale e fisica integrata

Il percorso per superare la kinesiofobia richiede un approccio integrato, dove la riabilitazione fisica e quella mentale procedono di pari passo. Tecniche come la desensibilizzazione sistematica (esposizione graduale e controllata ai movimenti temuti), l’imagery e il goal setting progressivo sono fondamentali. Un esempio eccellente di questo approccio è visibile nel percorso di atleti di alto livello.

Studio di caso: Alessandro Sibilio, dall’ostacolo mentale all’argento europeo

L’ostacolista italiano Alessandro Sibilio, dopo un periodo difficile, ha intrapreso un percorso di mental coaching con Aurora Puccio. I risultati sono stati straordinari: oro agli European Games di Cracovia, pass olimpico per Parigi 2024 e, soprattutto, la medaglia d’argento agli Europei di Roma 2024, dove ha stabilito il nuovo record italiano nei 400 ostacoli con 47.50, un tempo che resisteva da 23 anni. Sibilio stesso ha sottolineato l’importanza di questo supporto, affermando di aver trovato “una figura solida su cui poter fare affidamento” per l’allenamento mentale, un elemento che, secondo una recente analisi del suo percorso, è stato decisivo per superare i blocchi e tornare a performare ai massimi livelli mondiali.

Il caso di Sibilio dimostra che affrontare attivamente le paure con un supporto professionale non solo permette di tornare ai livelli pre-infortunio, ma può addirittura sbloccare un potenziale ancora maggiore, trasformando una crisi in un’opportunità di crescita senza precedenti.

Come strutturare una dirigenza vincente in Serie C per puntare alla promozione in 3 anni?

Una promozione dalla Serie C non è mai frutto del caso o del solo talento in campo. È il risultato di una cultura organizzativa vincente, un ecosistema dove ogni componente – dalla dirigenza allo staff tecnico, fino ai giocatori – è allineato verso un obiettivo comune. Da psicologo dello sport, il mio intervento a livello dirigenziale non si concentra sulla tattica, ma sulla costruzione di questa architettura psicologica. L’errore più comune è investire tutto sul budget per i giocatori, trascurando il “capitale psicologico” della società. Una dirigenza vincente in Serie C è quella che pianifica la mentalità prima ancora del mercato.

Il primo passo è definire una vision chiara e condivisa. L’obiettivo “promozione in 3 anni” deve essere scomposto in sotto-obiettivi annuali e mensili, non solo tecnici ma anche comportamentali e culturali. La dirigenza deve agire come garante di questi valori. Questo significa creare un ambiente dove la comunicazione è trasparente, la gestione dei conflitti è strutturata e il benessere psicofisico degli atleti e dello staff è una priorità strategica. Investire in figure come lo psicologo dello sport non è un lusso, ma un investimento con un ritorno misurabile: studi nel calcio professionistico mostrano come interventi di mental coaching possano portare a una significativa riduzione degli infortuni da stress e a un miglior clima di spogliatoio.

Un piano triennale efficace deve includere workshop strategici e protocolli chiari per la gestione delle dinamiche umane. L’obiettivo è creare resilienza organizzativa, in modo che la squadra possa superare i momenti difficili (sconfitte, infortuni, conflitti interni) senza disgregarsi. Di seguito, un esempio di piano d’azione per una dirigenza che vuole costruire una mentalità vincente.

Il vostro piano d’azione: il Patto per la Promozione

  1. Definizione dei valori: Organizzare un workshop pre-stagione per stabilire i valori non negoziabili della squadra e della società, creando un “patto” firmato da tutti.
  2. Protocolli di gestione: Creare un protocollo chiaro e condiviso per la gestione dei conflitti interni e della comunicazione con i media, per evitare crisi gestite sull’onda dell’emotività.
  3. KPI mentali: Oltre ai KPI tecnici, stabilire indicatori di performance mentale misurabili (es. indice di coesione del gruppo, tempo di recupero del focus dopo un errore).
  4. Team building strategico: Implementare sessioni settimanali o quindicinali di team building mirato, non generico, focalizzato su obiettivi specifici come la comunicazione non verbale o la fiducia reciproca.
  5. Monitoraggio del clima: Effettuare un monitoraggio mensile anonimo del clima psicologico del gruppo per intercettare precocemente eventuali malumori o problemi latenti.

Una struttura dirigenziale solida è il fondamento di ogni successo sportivo. Per approfondire, rileggi i pilastri di una dirigenza orientata alla vittoria.

In sintesi, la promozione si costruisce negli uffici prima che in campo. Una dirigenza che investe sulla psicologia, sulla cultura e sui processi umani sta gettando le basi non per una vittoria estemporanea, ma per un successo sostenibile e duraturo.

Come ricompattare il gruppo squadra dopo una rissa in allenamento o una serie di sconfitte?

Una rissa in allenamento o una serie di sconfitte pesanti sono più di semplici incidenti di percorso. Sono eventi critici che possono fratturare la coesione del gruppo, minando la fiducia e la comunicazione, due pilastri fondamentali di qualsiasi squadra di successo. In questi momenti, la reazione istintiva di molti allenatori è quella punitiva (“chi ha sbagliato paga”) o, al contrario, quella di minimizzare (“sono cose che succedono”). Entrambi gli approcci sono inefficaci perché non affrontano la radice psicologica del problema. La crisi non va né repressa né ignorata, ma gestita come un’opportunità di crescita per il gruppo.

Il mio ruolo come psicologo dello sport in queste situazioni è quello di facilitatore. L’obiettivo non è trovare un colpevole, ma ripristinare i canali di comunicazione e riallineare il gruppo verso l’obiettivo comune. Dopo un conflitto acceso, il primo passo è spesso separare i contendenti e permettere un “raffreddamento” emotivo. Successivamente, si può implementare un intervento di “restorative justice” sportiva: un dialogo facilitato in cui ogni parte può esprimere il proprio punto di vista e le proprie emozioni in un ambiente sicuro, senza interruzioni, con l’obiettivo di comprendere le ragioni dell’altro e non di vincere la discussione.

Nel caso di una serie di sconfitte, l’analisi deve spostarsi dal “di chi è la colpa?” al “cosa possiamo fare di diverso, insieme?”. L’analisi tattica condivisa, dove i giocatori sono invitati a proporre soluzioni invece di subire solo le critiche, può aumentare il senso di responsabilità e di appartenenza. È fondamentale spezzare la spirale negativa definendo nuovi obiettivi a brevissimo termine, piccoli e raggiungibili, per ricostruire la fiducia e il morale. Un mini-ciclo di team building post-crisi può essere incredibilmente efficace.

  1. Sessione 1 (Dialogo): Un incontro di gruppo facilitato, senza ricerca del colpevole, ma focalizzato sull’ascolto e sulla comprensione delle diverse prospettive sulla crisi.
  2. Sessione 2 (Azione non verbale): Esercizi in campo che richiedono coordinazione e comunicazione non verbale (es. giochi a tema, percorsi di fiducia) per ricostruire la sintonia pratica.
  3. Sessione 3 (Analisi costruttiva): Analisi video della sconfitta con un focus esclusivo sulla ricerca di soluzioni tattiche e comportamentali, con input attivi da parte dei giocatori.
  4. Follow-up (Riallineamento): Definizione collettiva di 2-3 nuovi obiettivi di performance (non di risultato) per la partita successiva, per riportare il focus su ciò che il gruppo può controllare.

La gestione della crisi è una competenza che definisce le grandi squadre. Per non dimenticare questi passaggi, rileggi il protocollo per ricompattare il gruppo.

Affrontare una crisi in modo strutturato e psicologicamente informato non solo risolve il problema contingente, ma rafforza la resilienza del gruppo, rendendolo più preparato e unito di fronte alle sfide future.

Da ricordare

  • L’ansia da prestazione è una reazione fisiologica, non una debolezza. Può essere gestita con tecniche scientifiche come la respirazione controllata.
  • Le abilità mentali (dialogo interno, visualizzazione, gestione del focus) non sono innate, ma si allenano con la stessa disciplina di quelle fisiche.
  • La psicologia dello sport è una disciplina scientifica. Affidarsi a un professionista qualificato è cruciale per un percorso efficace e per evitare i rischi del coaching improvvisato.

Come affrontare la Weekend League senza impazzire per lo stress competitivo?

Il mondo degli e-sport, e in particolare competizioni intense come la Weekend League di FIFA (ora EA Sports FC), rappresenta un banco di prova psicologico estremo. A differenza degli sport tradizionali, qui le partite si susseguono a un ritmo rapidissimo, lasciando poco tempo per il recupero mentale. Il sovraccarico cognitivo ed emotivo è la norma. Frustrazione per un gol subito per “momentum”, rabbia per una sconfitta immeritata, ansia per la partita successiva: queste emozioni, se non gestite, portano a un rapido deterioramento della performance, a decisioni impulsive e, infine, al burnout. Affrontare la Weekend League non è solo una questione di abilità con il pad, ma di resistenza mentale.

Le stesse strategie usate nello sport tradizionale sono perfettamente applicabili, e anzi necessarie, nel gaming competitivo. La gestione dello stress parte, ancora una volta, dal corpo. Durante sessioni di gioco intense, il cortisolo (l’ormone dello stress) e la frequenza cardiaca raggiungono picchi elevati. Introdurre micro-pause per esercizi di respirazione può avere un impatto immediato. Studi su gamer competitivi hanno mostrato come l’applicazione di semplici esercizi di respirazione consapevole possa portare a una riduzione della frequenza cardiaca media fino al 15%, migliorando la lucidità e la capacità decisionale sotto pressione.

Oltre alla respirazione, è cruciale strutturare la sessione di gioco con un protocollo mentale. Questo significa creare delle routine pre-partita per entrare nello stato di focus ideale, delle strategie per resettare la mente tra una partita e l’altra (specialmente dopo una sconfitta bruciante) e un rituale di cool-down post-sessione per “staccare” e analizzare la performance in modo lucido e non emotivo. Un protocollo efficace potrebbe essere così strutturato:

  • Pre-partita: 5 minuti di Box Breathing per calmare il sistema nervoso e centrare la mente. Definire un solo obiettivo di performance per la partita (es. “migliorare la costruzione dal basso”).
  • Durante la partita: Tra un’azione e l’altra o nei replay, fare una micro-respirazione di 3 secondi (inspiro-espiro rapido) per resettare il focus.
  • Tra le partite: Alzarsi, bere un sorso d’acqua e fare 3 cicli di respirazione 4-7-8 (inspiro 4″, trattengo 7″, espiro 8″) per abbassare rapidamente la tensione. Evitare di pensare subito alla partita successiva.
  • Post-sessione: 10 minuti di completa disconnessione (musica rilassante, stretching leggero) seguiti da un’analisi lucida e non giudicante della propria performance, annotando 2-3 cose da migliorare.

La sostenibilità della performance negli e-sport dipende dalla gestione dell’energia mentale. Per approfondire queste tecniche, rileggi come strutturare un protocollo mentale per le competizioni intense.

Smetti di subire la frustrazione della Weekend League e inizia a gestirla attivamente. Trattare le tue sessioni di gioco con la professionalità di un vero atleta, curando tanto la mente quanto l’abilità tecnica, è l’unico modo per raggiungere la costanza di rendimento e, soprattutto, per continuare a divertirti.

Scritto da Elena Ferrari, Psicologa dello Sport e Mental Coach certificata, collaboratrice di federazioni e club professionistici. Esperta in dinamiche di gruppo, gestione dello stress e leadership nello spogliatoio.